Oggi, quando parliamo di attacchi informatici, la vera domanda non è più se un’organizzazione verrà colpita, ma quanto ci metterà a reagire. Prima o poi, succede a tutti. La differenza la fanno i minuti, a volte le ore, che passano tra la prima compromissione e la prima azione concreta per fermare l’attacco.
Ed è proprio in quel lasso di tempo che si gioca gran parte dell’impatto economico, operativo e reputazionale di un incidente.
Negli ultimi anni le tecnologie di detection hanno fatto grandi passi avanti. In molti contesti, individuare un comportamento anomalo richiede ormai pochi istanti. Il problema è che fermarsi lì non basta. Nella realtà quotidiana, ciò che pesa davvero è il tempo che passa tra l’alert e la remediation reale. Ed è esattamente su questo passaggio che molte organizzazioni continuano a inciampare.
Ridurre i tempi di risposta non significa comprare l’ennesimo strumento, ma lavorare su persone, processi e responsabilità. È un tema molto più operativo, e umano, di quanto spesso si voglia ammettere.
Un alert, anche il più accurato, non ferma nessuno. Finché un sistema non viene isolato, una credenziale non viene revocata o una persistenza non viene rimossa, l’attaccante è ancora lì dentro e continua a muoversi con calma.
Nella maggior parte dei casi il tempo perso non dipende da limiti tecnologici, ma da domande che emergono sempre troppo tardi: chi può decidere di intervenire? Cosa è autorizzato fare subito e cosa no? Chi esegue materialmente il contenimento? E con quali priorità, soprattutto se l’incidente avviene di notte o durante il weekend?
Quando queste risposte non sono chiare in anticipo, anche la miglior detection si trasforma rapidamente in rumore.
La velocità di risposta si costruisce prima che accada l’incidente. Framework come NIST o SANS non servono solo per fare bella figura in audit o documentazione, ma perché introducono un principio fondamentale: la risposta a un attacco non può essere improvvisata, deve essere un processo già definito.
La fase di preparazione è quella che incide più di tutte sull’MTTR. Parliamo di procedure chiare, ruoli ben assegnati, criteri di escalation già concordati e playbook che guidano le decisioni, non solo le azioni tecniche.
Quando queste fondamenta mancano, ogni incidente diventa un caso a sé. E ogni volta si riparte da zero, perdendo tempo prezioso proprio quando non ce n’è.
Molte aziende hanno investito molto in piattaforme di sicurezza con l’obiettivo di ridurre il rischio. Ma nella pratica emerge spesso un paradosso: più strumenti, più alert e tempi di risposta che restano identici.
Succede per motivi ormai noti: la dipendenza dal fattore umano, team interni sotto pressione o sotto organico, alert fatigue che rende difficile distinguere cosa è davvero critico, e una copertura operativa limitata agli orari lavorativi.
Il risultato è che anche strumenti avanzati finiscono per essere sottoutilizzati, semplicemente perché manca la capacità di trasformare un segnale in un intervento immediato.
Oggi è necessario disporre di servizi in grado di combinare insieme processi ben strutturati, tecnologie evolute e competenze umane attive h24.
Per questo un servizio di Managed Detection and Response assume un ruolo strategico. Un MDR efficace non si limita a osservare ciò che accade, ma interviene attivamente quando serve.
Monitoraggio continuo, analisti specializzati e azioni di contenimento eseguite subito, secondo procedure già concordate, permettono di ridurre drasticamente l’MTTR. Ed è proprio questo, non il numero di alert, il vero indicatore di resilienza di un’organizzazione.
Pertanto, ridurre i tempi di risposta a un attacco informatico non significa accumulare tecnologia, ma costruire una capacità di reazione concreta, continua e testata.
Oltre a un sistema di monitoraggio e risposta attivo h24, serve un piano di incident response solido e testato. Perché un piano che non viene mai provato resta solo teoria. Le esercitazioni tabletop servono proprio a questo: simulare situazioni reali e capire, prima che accada davvero, se l’organizzazione saprà reagire sotto pressione.
Il valore di queste simulazioni non è tanto tecnico quanto organizzativo. Emergono colli di bottiglia decisionali, si chiariscono responsabilità che tutti davano per scontate e si riducono i tempi morti causati da confusioni ed escalation inefficaci.
Chi ha già “vissuto” una crisi a freddo reagisce molto meglio quando la crisi è vera.
Individuare un attacco in pochi minuti è senza dubbio un ottimo risultato. Ma se, dopo averlo visto, lo si lascia attivo per ore o addirittura giorni, anche se “sotto controllo”, l’organizzazione resta comunque esposta a rischi enormi. La detection, da sola, non ferma un attaccante: al massimo ne osserva i movimenti.
La remediation è la fase successiva, ed è quella in cui si passa davvero all’azione. È il momento in cui l’incidente viene contenuto e l’attacco interrotto: si isolano i sistemi compromessi, si rimuovono le persistenze lasciate dall’attaccante, si revocano le credenziali esposte, si analizzano i movimenti laterali e si avvia un ripristino sicuro dell’operatività. È l’unica fase che spezza concretamente la kill chain e impedisce all’attacco di continuare a evolversi.
Senza una remediation tempestiva ed efficace, la detection resta un esercizio teorico: sappiamo che qualcosa non va, ma non facciamo nulla per impedirne le conseguenze.
La cybersecurity moderna richiede quindi di andare oltre il semplice “vedere” l’attacco e concentrarsi su ciò che limita davvero i danni. La vera differenza non la fa chi individua per primo un’anomalia, ma chi riesce a reagire meglio, e soprattutto più velocemente, trasformando un alert in un’azione concreta.